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Gesù bambino appare a Sant'Antonio da Padova

SIMONE CANTARINI
(Pesaro, 1612–Verona, 1648)
Apparizione di Gesù Bambino a Sant’Antonio da Padova
1640 ca.
olio su tela, cm 333 × 225, reg. cron. Brera 6003
in deposito dalla Pinacoteca di Brera (2021); dalla chiesa di San Francesco, Cagli


La tela raffigura l’apparizione di Gesù Bambino a Sant’Antonio da Padova nella sua cella. L’opera è una delle raffigurazioni più intense del Cantarini. L’evento miracoloso, sottolineato dalla luce dorata, si accosta alla realtà domestica e intima, evidenziata dagli oggetti d’uso quotidiano: il tavolo, lo sgabello e il libro. Esemplari appaiono i ritratti non solo dei due protagonisti ma anche degli angioletti. Il confronto con la pittura di Cerrini, di Preti e di Lanfranco giustifica la datazione al 1640 circa.

Notizie storico-critiche

L’opera raffigura l’apparizione di Gesù Bambino e del suo corteo angelico a sant’Antonio di Padova nella sua umile cella, percepibile nella quotidianità del tavolo, su cui è posato il libro aperto, e dello sgabello di legno su cui è appoggiata la monumentale figura del santo. Cantarini dedicò a questo soggetto un’ampia produzione grafica, di cui il foglio inv. A14 del fondo Costa e Silva della Biblioteca nazionale di Rio de Janeiro trova un preciso riscontro iconografico nella tela in esame […]. Legata al dipinto, sebbene risolta con un maggior turbinio di angeli e nuvole, che nascondono l’intera cella, è l’acquaforte da lui incisa entro il 1640, in rapporto con due studi grafici degli Uffizi (inv. 4182S, 4187S; Ambrosini Massari 1995; Ead., in Simone Cantarini 1997, pp. 336-337; un esemplare del terzo stato si conserva nella Galleria urbinate, inv. INC 111 […]). Realizzata per il primo altare destro della chiesa di San Francesco dei minori conventuali di Cagli, l’opera venne prelevata dalle truppe francesi il 10 giugno 1811 per essere trasferita alla Pinacoteca di Brera e approdare l’11 gennaio 1817 nella chiesa milanese di San Lorenzo (M. Cellini, in Simone Cantarini 1997, p. 137). A lungo ricercata e non individuata nella ricognizione di Angela Ottino Dalla Chiesa (in Dipinti della Pinacoteca di Brera 1969), venne ritrovata nel 1975 da Giuseppe Mulazzani che la segnalò a Mario Mancigotti (1975). Dopo essere rientrata nei depositi della pinacoteca milanese, dal 2021 ha fatto ritorno nelle Marche grazie al progetto ministeriale 100 opere svelate. Dai depositi ai Musei. Daniele Benati ritiene che la tela rappresenti «uno degli apici della maturità di Cantarini, nella sua fase di maggiore intelligenza reniana», datandola alla fine del quarto decennio del Seicento. L’elaborazione della pittura di Reni si coglie nella «gamma dorata della gloria angelica» e nel ricorso a «stilizzazioni lucenti», che mettono Cantarini in relazione anche ai modi di Giovan Francesco Gessi. Al contempo, per lo studioso, «l’ispessimento delle ombre» fa rientrare il dipinto tra le opere naturaliste del pittore, legate al soggiorno marchigiano del 1639 (D. Benati, in Pinacoteca di Brera 1991, p. 147). Secondo Marina Cellini, la portata di tale soggiorno andrebbe ridimensionata, in quanto i rapporti tra l’artista e la sua città natale non si erano mai interrotti (M. Cellini, in Simone Cantarini 1997, p. 138). Per Anna Colombi Ferretti (1992) la pala mostra la riflessione del pittore, ancor prima del soggiorno romano (1640-1642), sulle opere di Lanfranco, Mattia Preti e Gian Domenico Cerrini giovane. Nei due angeli a destra sempre Colombi Ferretti ritrova un ricordo della pittura bolognese di Michele Desubleo. Un artista dalla «bellezza algida e di simulacro» che Cellini (in Simone Cantarini 1997, p. 138) rinviene nel Bambino Gesù, più volte modificato in corso d’opera. Per la stessa studiosa i giochi di luce degli angeli in alto si avvicinano ai risultati del Puglia; mentre «la vigorosa fisicità» del santo, che riappare quasi identico, ma in posizione frontale, in una delle due tele della chiesa di San Tommaso del Mercato a Bologna (oggi alla Pinacoteca Nazionale, inv. 1329), testimonia l’influenza di Guido Cagnacci. Un tema, quello delle pose variate e dolci degli angioletti, forse memore del Raffaello della Madonna Sistina, oggi alla Gemäldegalerie di Dresda ma allora in Emilia, sull’altare maggiore della chiesa di San Sisto a Piacenza. In particolare per l’angioletto in basso a destra, evocato da Cantarini in quello che sbircia da sotto in su, dietro la manica del santo. [Testo di Andrea Bernardini, in “Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma”, cit. pp. 128-129]

Esposizioni

“100 opere tornano a casa. Dai depositi ai musei”

Galleria Nazionale delle Marche: Appartamento della Rovere

16/12/2021

"Simone Cantarini (1612-1648) : un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma"

Galleria Nazionale delle Marche

23/05/2025-12/10/2025

Bibliografia

Pinacoteca di Brera : scuola emiliana Milano, Electa, IV,1991, pp. 145-147, n. 62

Simone Cantarini (1612-1648) : un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma, a cura di Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari, Yuri Primarosa Roma, Officina libraria, 2025, pp. 128-129

Restauri

1978