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Sant'Agata in carcere

Alessandro Vitali
(Pesaro, 1580 ca. - Urbino, 1630)
Sant’Agata in carcere
1598
olio su tela, cm 253 × 178, inv. D 350
dalla chiesa di Sant’Agata di Urbino

La pala, risalente in base ai documenti al 1598, è citata dalle fonti come opera di Vitali e si basa sugli studi che Federico Barocci stava realizzando per una composizione che sfocerà nella celebre Beata Michelina per San Francesco a Pesaro (1606, oggi alla Pinacoteca Vaticana). Il meraviglioso panneggio è stato attribuito alla mano di Barocci, mentre a Vitali spetterebbero il fondale, gli angeli e, in primo piano, la natura morta con gli strumenti di tortura, indagati analiticamente nella loro lucentezza metallica.

Notizie storico-critiche

La pala con Sant’Agata in carcere, oggi alla Galleria Nazionale delle Marche, risale, in base ai documenti, al 1598 (Negroni 1979) e proviene dalla chiesa di Sant’Agata a Pian di Mercato a Urbino. Il dipinto entrò a far parte delle collezioni della Galleria in seguito alla secolarizzazione della chiesa nel 1889. Citata dalle fonti (Dolci [1775] 1933, p. 300; Lazzari 1801, p. 93) come opera di Alessandro Vitali, si basa sugli studi che Federico Barocci stava realizzando per la composizione di una santa in estasi, di cui rimangono schizzi e bozzetti in varie collezioni: un’invenzione modulata sulla Beata Michelina (cat. VI.4), cui l’artista lavorava dai primi anni novanta (Zezza 2009, p. 264) fino alla sua consegna a Pesaro, nel 1606. Questo dato cronologico pone alla base delle successive varianti iconografiche il modello primario della Beata Michelina. Da qui dovette svilupparsi anche l’invenzione baroccesca di una Santa Caterina d’Alessandria, tuttora nella basilica di Santa Margherita a Cortona (Dipinti e sculture 1979, pp. 74-76; Pizzorusso 2003, p. 51), tema sul quale Barocci aveva eseguito anche una mezza figura perduta per il conte pesarese Francesco Maria Mamiani (Bellori 1672, p. 195), che ha certamente ispirato la tela di Vitali (per una diversa ipotesi, cfr. qui cat. III.7). Il documento reso noto da Negroni (1979) dal registro stilato da padre Basilio Marsili, organista della cappella del Santissimo Sacramento nel duomo di Urbino, ricorda nel 1598 il pagamento della Sant’Agata “inventione di [...] Baroccio, e anche in parte dipinto da lui [Vitali]”. Tale “inventione” si deve intendere come modello e cartone principale, di mano di Barocci, originato dalla Beata Michelina e che si nutre qui delle note più eleganti e profane della bella variante dell’estasi cortonese, un’opera peraltro distesa in più anni di redazione, se fu collocata nell’altare nel 1610 (Verstegen 2005-2006). Due disegni attribuiti a Vitali – uno nella collezione Antaldi della Biblioteca Oliveriana di Pesaro, inv. 244, e uno agli Uffizi, inv. 11301Fr – sono stati connessi alla Santa Caterina d’Alessandria, copia da Barocci alla Galleria Borghese, avvicinata alla mano di Vitali (Olsen 1962, p. 209). Il dipinto rappresenta uno dei vertici dell’arte di Alessandro, che si nutre variamente delle sperimentazioni del maestro, come per il bozzetto a olio su carta di Barocci conservato agli Uffizi (inv. 19104; Arcangeli, in Pittori nelle Marche 1979, p. 16), da cui deriverebbe la posa della santa – a esclusione della variante della mano appoggiata sul seno – e l’ambientazione oscura della scena, con un’apertura di luce solo nello sfondo, che dà su un ambiente in cui si intravedono due pilastri e una porta. Il meraviglioso panneggio della protagonista, tutto cangiante nelle modulazioni di rosso e oro, è stato attribuito alla mano di Barocci, che spesso interveniva nell’opera dell’allievo (Arcangeli, in Pittori nelle Marche 1979, p. 16): d’altra parte, tale “raggelamento delle superfici” è proprio una delle più sintomatiche caratteristiche dello stile di Vitali (Marchi 2005). La precisione del disegno e l’attenzione alla lucentezza metallica del fondale, della natura morta e in generale delle figure nel dipinto sono una firma dell’opera matura di Vitali, con una nota di poesia ombrosa, nell’ambiente “affiorante dall’oscurità” e nel soffermarsi sulle “notazioni luminose”, che guarda già al Seicento (Arcangeli, in Pittori nelle Marche 1979, p. 16). [Testo di Valentina Catalucci, tratto da "Federico Barocci, Urbino. L'emozione della pittura moderna", cit. pp. 298-299].

Esposizioni

"Pittori nelle Marche tra '500 e '600: aspetti dell'ultimo manierismo"

Galleria Nazionale delle Marche

22/09/1979-2/12/1979

"Federico Barocci, Urbino : l'emozione della pittura moderna"

Galleria Nazionale delle Marche

19/06/2024-6/10/2024

Bibliografia

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