comunione degli apostoli
(Ghent, Belgium, doc. from 1460 to 1475)
The Communion of the Apostles
1473-1474
oil on panel, cm 321 × 288, inv. DE 230
from the church of the Corpus Domini in Urbino
The long process of commissioning the painting for the high altar of the Confraternity of the Corpus Domini in Urbino began in 1456, initially entrusted - without success - to Fra Carnevale. The task was then assigned to the ageing Paolo Uccello, who, however, completed only the predella in 1467-68. The following year, Piero della Francesca was approached, but he too declined to work on the large panel. Finally, Justus of Ghent, who may have arrived in Urbino at Federico da Montefeltro’s request to have a Flemish painter at court, completed the work in 1473-74. Justus applied the meticulous technique characteristic of Flemish painters, paying great attention to the details of objects, the architectural setting, and the figures. However, the confraternity did not appreciate the final result, possibly due to the challenges of painting such a large and complex surface while maintaining a rational and perspectival spatial composition. The Communion of the Apostles is set in the presbytery of a church with Gothic forms, in the presence of Count Federico, his young heir Guidubaldo, and other courtiers. Montefeltro observes the scene of Christ administering communion to Saint Peter while conversing with a figure dressed in rich, exotic garments, whose identity remains uncertain to this day. This figure may have been a dignitary from the court of the Shah of Persia visiting Italy, alternatively identified as the Venetian Caterino Zeno or as a converted Jew named Isach.
- Historical and critical notes
La pala d'altare, proveniente dall'Oratorio del Corpus Domini di Urbino, fu inizialmente commissionata nel 1456 a Bartolomeo Corradini, detto Fra Carnevale, che rinunciò all’incarico il 25 giugno dello stesso anno. Successivamente passò a Paolo Uccello che realizzò solo la predella (NCTN 11/00264133) con il "Miracolo dell'ostia profanata" tra gli anni 1467-1468. In seguito l'incarico fu affidato a Piero della Francesca e poi a Giusto di Gand, di cui sono documentati i pagamenti nel 1473 e 1474. La scelta di un pittore fiammingo è probabilmente legata alle preferenze artistiche di Federico da Montefeltro, testimoniate anche da un noto passo di Vespasiano da Bisticci: "un maestro solenne", particolarmente esperto nella pittura ad olio, fatto venire dalla Fiandre. Le vicende esecutive si sono recentemente arricchite grazie alla scoperta di un disegno del 1632, eseguito da Gabriel Naudé e conservato presso la Bibliotèque nationale di Parigi, che documenta come il dipinto recasse la scritta, oggi non più visibile, "Petrus Hispanus pinxit" (il pittore Pietro Spagnolo, che gran parte della critica riconosce in Pedro Berruguete). Non è dato però sapere se all'opera, iniziata da Giusto di Gand - di cui non si hanno attestazioni urbinati dal 1474 - abbia messo mano anche il pittore spagnolo (non oltre il 1476, vedi i vari saggi in Bottacin 2021). La tavola raffigura il tema dell'istituzione dell'eucarestia nota anche come comunione degli apostoli: si tratta di un tema figurativo piuttosto insolito nell'arte occidentale, un'iconografia di origine bizantina, in cui si privilegia la trasposizione rituale dell'evento piuttosto che l'illustrazione del testo biblico. Cristo è ritratto al centro della scena, davanti al tavolo eucaristico, nell'atto di dare la comunione ai dodici apostoli disposti attorno a lui in semicerchio: alla sua destra si riconoscono Pietro, il quale sta ricevendo l'eucarestia, Giovanni, con un'ampolla in mano, e Giuda, col tallit giallo, che stringe la borsa dei denari. A destra della tavola si trova un gruppo di personaggi in abiti rinascimentali, tra cui Federico da Montefeltro, accompagnato da Ottaviano Ubaldini e altri dignitari, che appare impegnato in un colloquio con un personaggio in abiti orientali; in una nicchia si scorge una figura femminile, per alcuni la defunta Battista Sforza, moglie di Federico, che tiene in braccio il piccolo figlio Guidobaldo. La scena è ambientata in una sorta di abside gotica con colonnine policrome, oculi e vetrate; lo spazio presenta anche due aperture ai lati sul paesaggio. Due angeli in volo, in atteggiamento di preghiera, sovrastano la scena. Si possono notare alcuni elementi simbolici sulla mensa-altare come il calice e il vino (che alludono all'eucarestia) e l'ampolla d'acqua con la saliera (richiamo al battesimo); altri elementi allusivi si trovano ai piedi del Cristo, dove troviamo una brocca e un bacile, chiaro richiamo alla lavanda dei piedi. Il personaggio ritratto in abiti orientali potrebbe essere identificato come l'ambasciatore di Persia presso il Ducato di Urbino, il medico ebreo Isaac, convertitosi e battezzato da papa Sisto IV. La complessa iconografia della pala, unitamente alla predella, mostra non solo un chiaro intento devozionale verso l'Eucarestia, ma anche un evidente riferimento politico all'accesa polemica antiebraica: l'ebreo profanatore dell'ostia raffigurato nella predella è riscattato dall'ebreo convertito nella pala principale. Recentemente è stato ipotizzato che la pala sia anche legata alla cresima di Guidobaldo, officiata a Gubbio nel 1472 dal cardinal Bessarione, scomparso pochi mesi dopo: è plausibile che Federico abbia voluto ricordarne la memoria tramite il riferimento alla cresima del figlio, vista anche come un'esaltazione della triade dell'iniziazione cattolica secondo i precetti di San Tommaso. Sul piano stilistico la pala presenta alcune difficoltà compositive e una certa sproporzione dei personaggi, forse dovute alla complessità di un grande formato piuttosto inusuale per un pittore fiammingo. Rimandano invece alla tradizione nordica la resa analitica dei dettagli e l'abilità coloristica, oltre che i due scorci di paesaggio sfumati in profondità. La pala rimase nella Chiesa del Corpus Domini almeno fino al 1708, quando papa Clemente XI ordinò alla confraternita di abbandonare la sede, destinata con l’area di Pian di Mercato a ospitare un grande edificio per gli Scolopi. Intorno al 1725 la pala si trovava nel Refettorio degli stessi padri e fu trasferita probabilmente tra il 1731 e il 1732 sull'altare maggiore della nuova chiesa di Sant'Agata, afferente al collegio dell'ordine. L'opera entrò infine nel Museo dell'Istituto delle Belle Arti delle Marche di Urbino, primitivo nucleo della Galleria Nazionale delle Marche (istituita nel 1912), tra il 1866 e il 1867.
- Exhibitions
Mostra di Melozzo e del Quattrocento romagnolo
Forlì: Palazzo dei musei
giugno-ottobre 1938
Exposition internationale coloniale, maritime et d'art flamand
Anversa
Aprile-ottobre 1930
I fiamminghi e l'Italia. Pittori italiani e fiamminghi dal XV al XVIII secolo
Bruges: Museo comunale
luglio-agosto 1951
Restauri nelle Marche
Urbino: Galleria Nazionale delle Marche
28/06/1973-30/09/1973
Urbino e le Marche prima e dopo Raffaello
Urbino: Galleria Nazionale delle Marche
30/07/1983-30/10/1983
Piero e Urbino, Piero e le corti rinascimentali
Urbino: Galleria Nazionale delle Marche
24/07/1992-31/10/1992
Lo studiolo del Duca. Il ritorno degli uomini illustri alla corte di Urbino
Urbino: Galleria Nazionale delle Marche
12/03/2015-4/07/2015
Giovanni Santi. "Da poi... me dette alla mirabile arte de pictura"
Urbino: Galleria Nazionale delle Marche
30/11/2018-17/03/2019
Federico da Montefeltro e Francesco di Giorgio. Urbino crocevia delle arti
Urbino: Galleria Nazionale delle Marche
23/06/2022-9/10/2022
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- Restorations
1900 — Centenari, Sidonio
1931 — De Bacci Venuti, Riccardo
1973 — Oberto, Anna · Oberto, Martino


