Pier Leone Ghezzi
active between the late 17th century and early 18th century
Portrait of a man
late 17th century - early 18th century
oil on canvas, cm 56 × 46, inv. D 164
inscription: “Bianca la saccoccia” (in the cartouche)
The work, previously attributed to Pier Leone Ghezzi, is currently assigned to an anonymous painter, who shows that he has absorbed stylistic elements typical of caricature and grotesque genres. Indeed, the effigy is very expressive, with a frowning gaze, dishevelled curly hair and thick eyebrows that allow a glimpse of the eyes with a slight squint. The dishevelled attire expresses his status as someone who is not wealthy, as is also shown by the cartouche in which it reads “bianca la saccoccia” (white purse, meaning empty pockets), an ironic allusion to his economic condition.
- Historical and critical notes
L’opera, di probabile commissione privata, provieneda una donazione di cui però non sono noti i dettagli. La prima menzione dell’Autoritratto, con un’attribuzione a Pier Leone Ghezzi, si deve a Luigi Serra (1920); la tela appare poi tra le opere del pe ingressi presso la Galleria (Serra 1921). Lo stesso Serra nel 1930 lo menzionava come Ritratto. È noto che Pier Leone intorno al 1710-1712 eseguì numerosi ritratti “fotografici”, anche di alcuni esponenti della famiglia Albani, rivelando uno stile personale e inconsueto per l’epoca. Si dedicò nuovamente alla ritrattistica anche in una fase più matura della sua vita, intorno al 1731. In questo periodo si nota una maggiore cura e attenzione nella descrizione dell’abbigliamento, senza tralasciare però l’essenza del personaggio raffigurato. Dal confronto con altri ritratti realizzati da Ghezzi emerge la presenza costante del cartiglio con il nome dell’effigiato, oppure di una lettera tenuta in mano o una scritta sul retro dell’opera. Inoltre, dallo studio degli autoritratti noti e conservati agli Uffizi e all’Accademia di San Luca, si evince un’importante differenza nei tratti somatici, che permette di avanzare l’ipotesi di un ritratto parlante (Lo Bianco 1985, pp. 103-104 n. 3, p. 114 n. 30, p. 118 n. 39, p. 134 n. 78). L’effigiato mostra al visitatore un cartiglio srotolato, su cui si legge: “Bianca la saccoccia”. Si potrebbe ipotizzare che la frase, emersa in occasione della recente pulitura della vernice, mirasse a stupire e divertire l’osservatore del ritratto di probabile natura caricaturale, inteso a mostrare la “bellezz della deformità” (Prosperi Valenti Rodinò 2016, p. 10). Essa sembrerebbe infatti alludere alla condizione di indigenza del soggetto, in un clima però di ilarità. L’opera mostra un uomo dall’acuta resa espressiva e dalla folta chioma riccia scarmigliata, con lo sguardo corrucciato. Le folte sopracciglia chiare incorniciano gli occhi caratterizzati da un leggero strabismo. Il sorriso dell’uomo, glabro in viso, è simile a una smorfia e suggerisce la cattura di un attimo. Il suo abbigliamento, semplice e dismesso, è costituito da una giacca nera senza alcun ornamento e da un colletto bianco morbido lasciato aperto, e comunica lo “status” dell’effigiato, ovvero una persona non facoltosa, la cui fortuna è rovinosamente andata perduta. L’attribuzione a Pier Leone, respinta in questa sede, era dovuta probabilmente alla riduttiva immagine che si aveva del noto caricaturista della Roma del Settecento. L’impostazione del volto e il ghigno dell’effigiato richiamano La famiglia dei burrini attribuito a Ghezzi ma respinta con forza da Anna Lo Bianco. La sua formazione accademica, non estranea alla nobiltà della pittura sacra e di storia, risulta dunque molto distante dalla “vena pauperistica di realismo, interessata a rappresentare un’umanità minore, raffigurata nelle sue quotidiane occupazioni” (Lo Bianco 1985, pp. 139-140 n. 94; per la citazione: Lo Bianco 1999, pp. 6-7). I protagonisti dei ritratti di Ghezzi erano infatti rappresentanti di una società colta, ovvero artisti ed ecclesiastici, come Luigi Scaramuccia, Giuseppe Passeri, Carlo Albani, Clemente XI, per menzionarne solo alcuni. Non mancano però citazioni “funzionali alla riuscita della rappresentazione” (Lo Bianco 1999, p. 7), alla maniera del danese Keil (Eberhard Keilhau, noto in Italia anche con lo pseudonimo di Monsù Bernardo), o pitture eccessive, che lo avvicinano al grottesco. Si propone pertanto l’attribuzione a un anonimo marchigiano vissuto a cavallo tra il Sei e il Settecento, che assorbì dunque elementi del genere caricaturale, e si suggerisce una datazione dell’opera allo stesso periodo [testo di Eliana Monaca, tratto da “L’altra collezione. Storie e opere dai depositi della Galleria Nazionale delle Marche”, cit., pp. 120-121] .
- Exhibitions
"L'altra collezione : storie e opere dai depositi della Galleria nazionale delle Marche"
Galleria Nazionale delle Marche
5/10/2023-5/05/2024
- Bibliography
Elenco delle opere d’arte, ceramiche, armi, mobili, … nella Regia Galleria delle Marche di Urbino [s.l., s.d.]
Serra L., Il Palazzo Ducale di Urbino e la Galleria Nazionale delle Marche, Alfieri & Lacroix, Milano 1920
L. Serra, Nuovi acquisti della Galleria Nazionale di Urbino, in "Bollettino d’arte del Ministero della Pubblica Istruzione", 15, 1921/22([1922?]), pp. 273-281.
Serra L., Il Palazzo Ducale e La Galleria Nazionale di Urbino, Ministero della Educazione Nazionale, Direzione Generale delle Belle Arti. Le guide dei Musei Italiani, La Libreria dello Stato, VIII, Roma 1930.
Prosperi Valenti Rodinò S., L’arte della caricatura a Roma tra Sei e Ottocento, in L’arte del sorriso. La caricatura a Roma dal Seicento al 1849, a cura di D’Amelio A.M., Prosperi Valenti Rodinò S., Tozzi S., Campisano Editore, Roma 2016, pp. 9-14.
Monaca E., cat. 31, in L'altra collezione. Storie e opere dai depositi della galleria Nazionale delle Marche, catalogo della mostra a cura di Gallo L., Bernardini A., Catalucci V (Urbino, Galleria Nazionale delle Marche, 5 ottobre 2023 - 5 maggio 2024), Electa, Milano 2024, pp. 120-121.


